Dieci talenti della moda sfilano tra le opere d’arte: mercoledì 22 ottobre Venice Fashion Week porta alle Galeries Bartoux Le Mani Sapienti con giovani designer sostenibili
Venice Fashion Week porta mercoledì 22 ottobre la terza edizione di Le Mani Sapienti in una nuova location: le Galeries Bartoux, il centro per l’arte contemporanea appena inaugurato nell’ex Cinema Accademia di Dorsoduro.
Dieci designer presentano le loro collezioni tra le opere d’arte dello spazio: quattro designer venete – Alessandra Micolucci, BVL Venezia, Gaiofatto, Teod’Amar – e sei studenti della Laurea Magistrale in Moda dell’Università Iuav di Venezia selezionati sul tema Quiet Luxury: Anita Barbieri, Milena Brea, Rosa Capone, Sofia Corridori, Christian Garau, Angelica Stea Pontrelli.
Il progetto, curato da Venezia da Vivere, sostiene brand emergenti che reinterpretano la moda attraverso il lavoro manuale e la ricerca di una moda consapevole.
La giornata si apre con il talk Crafting luxury brands a cura di Upskill 4.0, spin-off dell’Università Ca’ Foscari Venezia, che esplora come artigianato e sostenibilità possano costituire la base per un modello di crescita responsabile nel settore.
Quattro designer venete per Le Mani Sapienti
Quattro donne, quattro modi diversi di interpretare l’artigianato veneto contemporaneo attraverso materiali naturali, tessuti realizzati con telai del Settecento e ricerca sartoriale.
Alessandra Micolucci dipinge a mano tessuti organici e biologici nel suo atelier in Calle de la Racheta a Cannaregio. Ortica, canapa e lino prendono colore attraverso tinture naturali ricavate da fermentazione ed essicazione di elementi vegetali. Ogni capo nasce interamente dalle sue mani, con materiali provenienti da produttori italiani di filati naturali.
Giulia Bevilacqua trasforma con BVL Venezia i tessuti di famiglia in accessori contemporanei. I Bevilacqua tessono velluto serico dal XVI secolo per l’arredo di musei e palazzi nobiliari. Giulia prende questi tessuti e li intreccia a pellami d’alta qualità per creare borse e cappelli ricamati con pietre preziose dalle mani di artigiani locali, unendo la magnificenza della Serenissima a un design essenziale.
Michela Gaiofatto studia geometrie e volumi per costruire abiti dalla forte personalità. Dopo la laurea in Design della Moda all’Università Iuav di Venezia ed esperienze in aziende come Moncler, nel 2014 NJAL la seleziona tra i designer più promettenti. Il suo brand Gaiofatto lavora con materiali pregiati e costruzione sartoriale Made in Italy, dove ogni dettaglio rende il capo unico.
Norma Marzà celebra Venezia con Teod’Amar attraverso tessuti di Luigi Bevilacqua e Rubelli. La designer ha aperto nel 2017 il suo atelier dove le sarte artigiane realizzano a mano teli da mare, borse, kimono, furlane e accessori. Damaschi, broccati, lino, seta e velluto raccontano la tradizione della Serenissima e mantengono vivo l’artigianato veneto.
Scopriamo in anteprima le collezioni dei giovani designer
- Milena Brea – A Body Rewritten (Corporate Grunge)
Milena Brea decostruisce l’uniforme da ufficio e la ibrida con l’estetica notturna degli anni Novanta, unendo sartorialità destrutturata e leggerezza dei materiali. Body Rewritten parte dall’abbigliamento corporate come emblema di ordine, controllo e appartenenza a un sistema codificato, per poi smontarlo attraverso volumi irregolari, tagli interrotti e inserzioni che richiamano slip dress e tessuti leggeri da nightlife.
Il risultato restituisce un corpo in transizione che si riscrive attraverso l’abito, dove chiffon di seta, lane, fresco lana e filati naturali dialogano con il corpo, incarnando la riscrittura del corpo di Hélène Cixous, in cui l’abito diventa medium della femminilità e dell’identità in trasformazione.
- Rosa Capone – Sabotage
Il concept della collezione parte dalla seconda guerra mondiale, quando vestirsi significava prima di tutto resistere. Tasche ampie, cuciture rinforzate, tessuti robusti servivano a durare, ad attraversare privazioni e bombardamenti. La bellezza veniva dopo, quasi per caso. La collezione rovescia questo principio e svuota la funzione per trasformarla in linguaggio estetico. Gli abiti diventano dettaglio grafico, le cuciture strutturali si fanno ornamento, i materiali tecnici perdono il loro compito pratico e raccontano una nuova idea di corpo femminile.
- Angelica Stea – La tarantella del macabro
La credenza popolare racconta di un ballo frenetico come rimedio al morso del ragno, la tarantola. La danza diventa rito di sopravvivenza per chi vive ai margini, soprattutto donne schiacciate da frustrazioni sociali e traumi psicologici. Ballare fino allo sfinimento significa liberarsi simbolicamente dal veleno. Angelica Stea rilegge questo fenomeno folkloristico lavorando su volumi esasperati, mantelle fluide, stratificazioni ossessive, tagli estremi e tessuti rovinati che raccontano un corpo in frenesia. Gli abiti monocromatici si caricano di elementi primitivi e rituali, dove il confine tra estasi e follia si assottiglia fino a sparire.
- Christian Garau – In Nomine Amoris
La nuova collezione di Christian Garau si ispira alla spiritualità romana, alle fotografie di Mario Giacomelli e ai paramenti sacri. Due stampe originali dall’archivio Giacomelli dialogano con gli abiti, unendo immagine e materia. Il lavoro di Filippo Sorcinelli ispira la tensione tra materiali grezzi e superfici luminose, creando una sacralità contemporanea.
Gli abiti non coprono ma rivelano; non definiscono ma liberano. La collezione racconta corpi senza genere, spazi aperti da abitare, una riflessione sul potere espressivo dell’abito come forma di verità.
- Anita Barbieri – LÀMIA
Anita Barbieri parte dalle figure femminili storicamente trasformate in: streghe, maghe, veggenti. Donne temute, punite, invocate che hanno incarnato le paure collettive. La collezione riprende queste figure per restituire loro un corpo, una voce, lavorando sui dettagli: cuciture alla francese lasciate a vista, asole realizzate a mano con punto festone secondo le tecniche della sartoria teatrale. I tessuti d’arredo vengono reinterpretati per creare i capi, rafforzando il lavoro artigianale e il valore della materia.
- Sofia Corridori – Antevasin, confini invisibili
La collezione riflette su un’identità che cambia, si stratifica e si modifica nel tempo. Gli abiti diventano una seconda pelle che racconta chi siamo stati e chi stiamo diventando. Look modulari e adattabili permettono di intercambiare i capi perché l’identità si trasforma. Facendo riferimento alle migrazioni dall’Asia all’Europa, sono stati ripresi tagli sartoriali ispirati a vesti tradizionali dell’Asia orientale, come il chapan uzbeko. Lino, lana e seta sono uniti da tessuti tecnici e performanti, lavorati a mano, a uncinetto e ricamo per mantenere vivo il legame con l’artigianato.
Venice Fashion Week
È un progetto ideato e curato dal 2013 da Venezia da Vivere, azienda di comunicazione digitale, eventi e progetti che ha come missione supportare i talenti e promuovere Venezia come città ideale in cui vivere e creare.
Venice Fashion Week ha il patrocinio di:
Comune di Venezia, Ministero dell’Impresa e del Made in Italy, Tavolo Veneto della Moda, Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte, Università Iuav di Venezia.
Main Partner
Tessitura Luigi Bevilacqua, Palazzo Venart Luxury Hotel.
Partner
Upskill 4.0 – spin-off di Università Ca’ Foscari Venezia, Fondazione Giancarlo Ligabue, ITS Marco Polo Academy, Seguso Vetri d’Arte, Orsoni Venezia 1888, Kolding School of Design, Città di Danzica, Amberif International Amber and Jewelry Fair, Fondazione La Via dell’Ambra, Libreria La Toletta, CreativeMornings Venice, Lightbox, Antonio dei Rossi, Alwaysupportalent, Associazione Piazza San Marco.
Ringraziamo
Palazzo Keller, Palazzo Nani Mocenigo, Palazzo Contarini Polignac, Galeries Bartoux Venezia, Venice Gardens Foundation, Seguso Vetri d’Arte, Bellini Canella.
Il manifesto è disegnato dall’artista e illustratore Jacopo Ascari.
www.venicefashionweek.com
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Venice Fashion Week è un progetto di Venezia da Vivere © Raccontare Venezia Srls.
Foto cover di Marta Formentello per Teod’Amar a Corte di Gabriela.
Foto delle Galeries Bartoux sono di Théo Pitout.













